Le terapie del dolore cronico

quando la sofferenza non passa

 

Il dolore è una sensazione che tutti conosciamo: ci accompagna fin dalla nascita e, nel corso dell’evoluzione, ha avuto un ruolo fondamentale per la sopravvivenza. Riconoscerlo e imparare ad evitarlo ha permesso all’essere umano di proteggersi da pericoli e lesioni.

Ma cosa succede quando il dolore non se ne va?

Secondo l’International Association for the Study of Pain, si parla di dolore cronico quando la sofferenza dura mesi o addirittura anni, andando oltre i normali tempi di guarigione. A differenza del dolore acuto, che è passeggero e legato a una causa immediata (come una ferita o un’infiammazione), il dolore cronico può diventare costante o tornare periodicamente, arrivando a condizionare pesantemente la vita quotidiana e il benessere psicologico.

Il dolore cronico non riguarda soltanto il corpo, ma incide in modo significativo sulla qualità della vita. Uno degli aspetti più colpiti è il sonno: chi soffre di dolore spesso fatica ad addormentarsi o si sveglia più volte durante la notte. La mancanza di riposo adeguato amplifica la percezione del dolore e può avere effetti diretti sull’umore, favorendo ansia, irritabilità e, nei casi più gravi, sintomi depressivi.

Anche la sfera sociale e relazionale ne risente. Le limitazioni fisiche e la costante sensazione di affaticamento portano molte persone a ridurre le attività con amici e familiari, fino a isolarsi. A ciò si aggiunge la difficoltà che partner, colleghi o conoscenti possono avere nel comprendere una condizione dolorosa che non è visibile dall’esterno, alimentando frustrazione e incomprensioni.

Sul piano lavorativo, il dolore cronico riduce la capacità di concentrazione e rende più difficile mantenere lo stesso livello di produttività. Questo si traduce spesso in assenze ripetute, riduzioni dell’orario di lavoro o, nei casi più gravi, nell’impossibilità di continuare la propria attività professionale.

Infine, non va dimenticato l’impatto economico. Il dolore cronico genera costi sanitari considerevoli legati a visite, esami, farmaci e terapie, cui si aggiunge il peso sociale delle perdite economiche dovute alla ridotta produttività e alle assenze dal lavoro.

Nel 2023 l’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con Istat e la Fondazione ISAL, ha pubblicato i risultati di un ampio studio sul dolore cronico e i suoi correlati psicosociali. I dati provengono dall’indagine condotta da Istat nel 2019 nell’ambito della European Health Interview Survey, che ha coinvolto oltre 44.000 persone in Italia.

L’indagine ha aggiornato le stime di prevalenza del dolore cronico nel nostro Paese:

  • riguarda circa il 24,1% della popolazione adulta;
  • aumenta con l’età e con condizioni socioeconomiche più difficili;
  • colpisce più le donne (60%) rispetto agli uomini (40%).

Per quanto riguarda le cause principali, il dolore cronico è spesso conseguenza di malattie preesistenti (52% dei casi), traumi (21%), interventi chirurgici (7%). Vi possono essere poi molte altre cause specifiche che portano al dolore cronico:

  • artrosi e artrite reumatoide;
  • mal di schiena e dolori a collo e spalle;
  • cefalee ed emicranie;
  • esiti di interventi chirurgici;
  • dolore da arto fantasma;
  • herpes zoster (fuoco di Sant’Antonio) e altre nevralgie;
  • neuropatie legate al diabete;
  • disturbi dell’articolazione temporo-mandibolare;
  • angina pectoris;
  • tumori.

Non tutti i dolori sono uguali, infatti questo problema cronico può manifestarsi in forme diverse:

  • nocicettivo: legato a muscoli, ossa e articolazioni;
  • neuropatico: causato da lesioni o problemi del sistema nervoso;
  • idiopatico: senza una causa organica chiara e spesso legato a fattori psicologici;
  • infiammatorio: che accompagna infezioni o lesioni tessutali.

Gestire il dolore cronico non significa soltanto “spegnere” i sintomi: serve un approccio completo, che tenga conto non solo del corpo, ma anche della mente e dell’ambiente di vita della persona.

Una persona vittima di questa situazione potrebbe disperarsi e perdere le speranze, ma ci sono soluzioni che permettono di alleviare il problema. Come si può affrontare?

  • Modello biopsicosociale
    È l’approccio più efficace: considera insieme i fattori biologici, psicologici e sociali, proponendo un percorso personalizzato e interdisciplinare.
  • Farmaci e fisioterapia
    I comuni antidolorifici spesso funzionano poco sul dolore cronico. Più utili possono essere altri farmaci, come antidepressivi o anticonvulsivanti, che agiscono sui meccanismi del dolore. Fondamentale anche la fisioterapia, che aiuta a recuperare la mobilità e a superare paure e blocchi legati al movimento.
  • Supporto psicologico
    Le terapie psicologiche non eliminano il dolore, ma aiutano a conviverci meglio, riducono lo stress e migliorano la qualità della vita. Anche la psicoeducazione, cioè, imparare a conoscere e gestire il proprio dolore, è un tassello importante.
  • Scrambler Therapy
    È una tecnica innovativa che utilizza impulsi elettrici a bassa intensità per “ingannare” i nervi e sostituire il messaggio di dolore con uno di non-dolore. In molti casi porta a un sollievo immediato, anche quando altri trattamenti non hanno funzionato. Gli studi attualmente disponibili mostrano l’efficacia della ST sul dolore cronico, in particolare su quello neuropatico.
  • Stimolazione Magnetica Transcranica

Permette di stimolare in maniera non invasiva le cellule cerebrali e può essere di aiuto nel migliorare la vita di chi soffre di un dolore cronico. È stata sperimentata su chi ha avuto ictus o lesioni al sistema nervoso dalla fondazione ISAL.

In sintesi, il dolore cronico è una sfida complessa che richiede tempo, costanza e un lavoro di squadra tra medico, fisioterapista, psicologo e paziente. Non sempre si può eliminare del tutto, ma con i giusti strumenti è possibile recuperare qualità di vita e autonomia.