Stress, Memoria e Invecchiamento
quando un alleato diventa un rischio

È capitato a tutti di avere esperienze più o meno stressanti, dal semplice avvicinarsi di un esame universitario o di una consegna lavorativa, alla particolare situazione del trovarsi di fronte ad un leone affamato. Per quanto si tratti di eventi estremamente diversi, sia l’uno che l’altro vengono interpretati dal nostro organismo come minacce, attivando determinati meccanismi fisiologici in risposta allo stress.
Il cervello coordina infatti una serie di risposte nervose ed ormonali che preparano la persona ad affrontare un pericolo, mobilitando rapidamente energia e risorse. Nel breve periodo, questo è un meccanismo ottimale per garantire la sopravvivenza dell’individuo; tuttavia, se si cronicizza o rimane attivo per troppo tempo, diventa un fattore di rischio per il cervello e per il nostro corpo, potendo creare difficoltà a livello della memoria e accelerando alcuni processi di invecchiamento.
Ma nello specifico, che cos’è lo stress?
Lo stress è una risposta fisiologica che si attiva quando l’organismo percepisce una minaccia, o stressor, ovvero una situazione capace di alterare l’equilibrio interno, o omeostasi. Lo stressor è quindi un qualsiasi evento, fisico o psicologico, che richiede un adattamento dell’organismo. La risposta data dallo stress serve a ristabilire il nostro equilibrio.
Il corpo umano cerca sempre di raggiungere un equilibrio interno, e lo fa tendenzialmente in due modi: Il primo è l’omeostasi, quel processo che in maniera “passiva” regola localmente una determinata risorsa. Ad esempio, in una situazione “normale” in cui è presente una carenza d’acqua all’interno dell’organismo, verrà segnalato ai reni di produrre meno urina. Il secondo è l’allostasi, un processo che si attiva in presenza di stressor esterni o interni, stimolando non soltanto un singolo sistema, ma più sistemi contemporaneamente. Continuando con l’esempio precedente, in una situazione stressante e di carenza d’acqua, il cervello manderà un segnale non soltanto ai reni, ma anche ad altre parti del corpo, come ad esempio la pelle, la bocca, o il naso, da cui l’acqua potrebbe evaporare facilmente.
Il processo allostatico non avviene però soltanto in maniera “passiva”, ma si può collegare anche a fattori cognitivi. Ritornando all’improbabile quanto sfortunato evento del trovarsi di fronte ad un leone affamato noi, come anche qualsiasi altro animale, attiveremmo il sistema di risposta rapida “lotta e fuggi”: si presenta lo stressor, ovvero il leone, e si attiva il sistema di risposta dello stress, nel quale o si rimane fermi immobili (freezing), o si scappa o si lotta. In questo caso l’ipotalamo attiva il sistema nervoso simpatico: ciò genera un aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa e della respirazione, una mobilizzazione dell’energia, e una secrezione di adrenalina e noradrenalina.
Consideriamo ora la stessa situazione del leone, ma da un punto di vista cognitivo: non la stiamo vivendo, ma la stiamo immaginando. Anche soltanto il “pensare” ad una situazione che reputiamo stressante, attiva altri processi fisiologici in conseguenza dello stress. In casi come questi, ovvero nei quali lo stressor non costituisce un’immediata minaccia, l’ipotalamo si attiverà in un modo diverso: l’ipotalamo chiederà all’ipofisi, e successivamente alla corteccia surrenale, di produrre gli ormoni glicocorticoidi dei quali fa parte il cortisolo. Questi ormoni permettono di aumentare la disponibilità di glucosio nel sangue, di mobilizzare proteine e lipidi, di ridurre la risposta immunitaria e di mantenere l’organismo pronto ad affrontare l’emergenza immaginata.
Può capitare a tutti di rimuginare su evento del passato, o su un colloquio di lavoro che avremo tra qualche giorno, situazioni che generano stress. Ma se questo rimuginare è continuo o addirittura cronico, diventa un problema. Lo stress in sé, infatti, non è dannoso. Anzi, in piccole dosi, può risultare positivo.
Pensieri stressanti continui possono essere più pericolosi di un vero e proprio leone pronto ad aggredirvi.
Se si mobilita costantemente energia a discapito della sua accumulazione, ci si stancherà più rapidamente, aumenterà il rischio di diabete, di problemi cardiocircolatori, di disturbi riproduttivi e di danni cerebrali, soprattutto a livello dell’ippocampo.
Se non si riesce a disattivare lo stress generato da un qualunque evento, interno o esterno (stressor), lo stress diventerà dannoso creando il cosiddetto “carico allostatico”, cioè un logorio dell’organismo dovuto ad un’eccessiva attivazione dei sistemi di adattamento.
Lo stress cronico è quindi quel circolo vizioso in cui uno stressor crea una reazione fisiologica che danneggia organi e sistemi del corpo. In questo caso il livello di salute ottimale risulta compromesso e lascia maggiormente esposti a stressor successivi uguali o di altra natura, e così via.
In ogni caso, lo stress cronico è solo l’estremo negativo di un processo evolutivo che è più utile che dannoso. Lo stress non solo non è un fatto necessariamente dannoso in sé, non è nemmeno uguale per tutti. Infatti, una persona (A) può vivere uno stressor come estremamente negativo, mentre un’altra persona (B) vivrebbe la stessa situazione in modo perfettamente normale. Ritorniamo all’esempio del leone: un turista fobico di questi grandi felini (A), durante un safari, rimarrebbe probabilmente in ansia per tutto il tempo sottoposto alla sua fobia, lo stressor. Questo creerà in lui stati d’ansia e depressione, difficoltà del sonno o indebolimento dei sistemi immunitari.
In quello stesso safari la guida (B), non avendo una fobia del leone, avrà come stressor solo il leone vero e proprio. Nel caso della guida, lo stress le permetterà di avere maggiore attenzione e vigilanza, una memoria più efficiente e una maggiore disponibilità di energia per affrontare lo stressor, e in questo caso il pericolo.
Analizziamo ora lo stress in relazione agli effetti specifici sulla memoria
Lo stress è fortemente collegato al sistema mnemonico e dell’apprendimento, e più precisamente all’ippocampo. In una situazione ottimale di stress, in cui non è presente una sua cronicizzazione, la memoria è migliorata dalla presenza di stressor. Il sistema nervoso simpatico, producendo adrenalina e noradrenalina, permette un più facile consolidamento della memoria. Viene inoltre mobilitata una maggiore quantità di glucosio all’interno del cervello, che aumenta l’energia a disposizione per la formazione e il recupero della stessa. Infine, gli ormoni glicocorticoidi, generati in piccole dosi da uno stress moderato, permettono un apprendimento migliore.
Questo avviene, quindi, quando si è in presenza di livelli relativamente moderati di stress. Quando invece si è in presenza di livelli di stress elevati, si riscontreranno difficoltà a memorizzare e ad apprendere. In questo caso gli ormoni glicocorticoidi verranno prodotti in grandi quantità, compromettendo la rievocazione e il recupero d’informazioni precedentemente acquisite. Risulteranno inoltre compromesse anche le funzioni esecutive dei lobi frontali, cioè la pianificazione, il giudizio e la capacità di prendere decisioni.
Il nostro turista fobico, a causa del suo stress elevato, rischierà di dimenticarsi che l’indomani dovrà essere pronto alla partenza della gita per le 15:00. La guida invece, consapevole dei pericoli reali dell’escursione e per questo in uno stato di stress ottimale, sarà non soltanto più vigile, ma anche più pronto a ricordarsi di non compiere gesti bruschi.
Per il cervello, ma più precisamente per l’ippocampo, lo stress elevato è un problema serio: maggiore è l’esposizione, maggiori i danni subiti. L’eccessiva produzione di glicocorticoidi, dovuta allo stress elevato, genera quindi danni neuronali all’ippocampo tramite il processo definito apoptosi, cioè la morte cellulare programmata. Questo provoca una riduzione di volume dell’ippocampo e un conseguente deficit mnemonico.
L’ippocampo attiva inoltre un feedback negativo sul processo di produzione degli ormoni glicocorticoidi, contribuendo quindi ad interrompere la risposta allo stress. Più l’ippocampo si deteriora, meno è in grado di modulare la produzione di cortisolo. Più cortisolo viene prodotto, più viene danneggiato l’ippocampo, in un circolo vizioso pericoloso.
Una simile situazione si presenta anche durante la vecchiaia. In quest’ultimo periodo della vita, si deteriora progressivamente la capacità dell’ippocampo di modulare la secrezione di glicocorticoidi. Con l’avanzare dell’età, quindi, aumentano i livelli di glicocorticoidi a riposo, cosa che correla con una crescente perdita di volume ippocampale, e un conseguente calo di memoria. In questo caso si crea una vera e propria cascata degenerativa.
In alcune specie animali, come nei salmoni in età avanzata e dopo aver deposto le uova, la concentrazione di glicocorticoidi nel sangue è molto elevata: ciò crea in loro varie difficoltà fisiche e fragilità immunitarie. Ma se si rimuovono i surreni, gli organi che producono questi ormoni, subito dopo la deposizione delle uova si vedrà il salmone continuare a vivere tranquillo.
Un eccessivo stress, e una conseguente eccessiva quantità di glicocorticoidi nell’organismo, sono correlati ad un’accelerazione dei processi di invecchiamento.
In conclusione, lo stress non è un fatto necessariamente negativo per il nostro organismo anzi, è utile in situazioni di “lotta o fuga”, per aumentare, ad esempio, l’apprendimento e le capacità mnemoniche.
Ma d’altro canto, è anche vero che un’eccessiva quantità di stress, può provocare difficoltà in più ambiti. Lo stress elevato e lo stress cronico non sono problemi insormontabili, possono provocare disagi e difficoltà ma, con il giusto aiuto e con le risorse necessarie possono essere superati. Contributi significativi possono venire dall’esercizio fisico o la meditazione, così come altrettanto importanti possono risultare il sostegno sociale o psicoterapeutico.
Tornando al nostro turista. L’anno successivo decide di partecipare nuovamente ad un safari. Questa volta però, pur essendo il leone sempre lo stesso, lui non lo è più. Continuerà a considerare il leone un pericolo, ma senza immaginarlo dietro ogni cespuglio. Lo stress non è scomparso, ma si è trasformato in quella importante risorsa che è per gli esseri viventi, e non è più un ostacolo. E forse è proprio questo il suo vero scopo: non eliminare la paura, comunque necessaria per affrontare situazioni pericolose, ma prepararci ad affrontarle senza lasciarle prendere il controllo.
Bibliografia
- Sapolsky R.M. (2006). Perché alle zebre non viene l’ulcera? La più istruttiva e divertente guida allo stress e alle malattie che produce. Con tutte le soluzioni per vincerlo. Orme editori, Milano.
- Cattani D. & Scapellato P. (2017). Attacchi di panico e ansia acuta. Soccorso psicologico di base. Giunti Psychometrics, Firenze.
- Mascetti G.G. (1997). Ormoni, neurotrasmettitori e sistema immunitario. Upsel Domeneghini Ed., Padova